Il regista statunitense Tim Burton è noto per uno stile artistico inconfondibile che caratterizza i suoi film, esteticamente iconico.
Il capolavoro che lo ha portato alla ribalta “Beetlejuice” del 1988 è un’irriverente black comedy horror che ha donato al mondo un personaggio iconico e amatissimo come lo Spiritello Porcello e a cui quest’anno è seguito “Beetlejuice Beetlejuice”. Curiosamente in entrambi i film si può notare come il nome dello spirito sia scritto differentemente rispetto al titolo, ovvero come “Betelgeuse” che si pronuncia allo stesso modo. In realtà Betelgeuse è il nome della seconda stella più luminosa della costellazione di Orione, una supergigante rossa instabile definita di classe “spettrale” – e questo la dice già lunga – poiché si trova in uno stadio piuttosto avanzato della sua evoluzione. Il suo nome, tanto famoso quanto frainteso, deriva dall’arabo “yad al-jauza” e significa “mano di al-jauza” intendendo per al-jauza la figura gigantesca che gli arabi vedevano in questa zona. Soltanto all’inizio delle riprese lo sceneggiatore cambiò il nome del “bioesorcista” e optò per Beetlejuice (letteralmente “succo di scarafaggio” ovvero l’unico alimento che vediamo mangiare dallo spirito), per un facile motivo di marketing e perchè pare più memorabile nonché divertente.
In “Beetlejuice Beetlejuice” la bellezza dissacrante del personaggio di Delores, interpretato dall’attrice Monica Bellucci nonché compagna del regista, incarna l’esplosione concettuale di tutti i personaggi femminili finora creati da Burton che risultano potenzialmente come tentativi. Uno tra questi è Sally, la bambola di pezza dai capelli rossi di “Nightmare before Christmas” per cui Burton si è apertamente ispirato ai bozzetti del regista italiano Federico Fellini, ma anche Emily e Victoria de “La sposa cadavere”, due diverse declinazioni di figure femminili spettrali.
Sofia Fasano